Tranformers 3 – New Pop Art

E’ una grande fortuna vivere in questa specie di futuro. Il futuro che non e’ davvero futuro ma e’ un po’ passato e MAI presente.

Il regista Michael Bay ha creato una forma contemporanea di Pop Art cinematografica. Esattamente come fece Andy Wharol, egli ha avuto la capacita’ di rielaborare le icone di grande impatto, permettendo al pubblico di “consumarle” come un normale prodotto commerciale. E Transformers e’ il racconto perfetto della nostra epoca commerciale un po’ bastarda, non medievale- non presente- non futura.

L’antica filosofia dell’uomo parte addirittura dai robots, per poi arrivare a confrontare il cervello umano con la macchina dalle forme di uomo stesso. Un labirinto filosofico lineare e semplice, con una chiave universale alla quale possono accedere tutte le persone di tutte le eta’ e ceti del pianeta (Transformers e’ un record di successi in tutte le nazioni del mondo). Pura e nuova filosofia visiva. Pop, appunto.

Il non-uomo. Il protagonista Sam e’ il perfetto esempio dell’uomo americano presente: il suo corpicino gracile, il nuovo corpo del teen-eager americano non e’ bello, perfetto, muscoloso e sicuro di se come era l’immagine dell’eroe americano nei precedenti 80 anni di cinema. I suoi genitori non sembrano possedere nessuna sorta di cervello, agiscono nella maniera Simpson-style, con corpi coperti di stupiderie pop e loghi di corporations in declino. Sam di per se’ non riesce a trovare lavoro perche’ quando si confronta con altre culture diverse dalla sua non comprende nulla, rimediando grosse figure di merda (la scena col datore di lavoro cinese).

Superman si e’ trasformato in Supergirl. Ed infatti, la sua fidanzata e’ una gran figa, in carriera, ricca, sfarzosa e con la macchina bella. Addirittura e’ lei a trovare lavoro a Sam, un lavoro semplice ed abbastanza umiliante ma non per uno come lui, il quale sembra non avere il cervello per curarsi di questa sua natura di essere non-utile alla societa’, in quanto troppo occupato a sognare di salvare il mondo dai mostri dei videogiochi.

Michael Bay mette in scena il contesto dell’America presente: Homer Simpson, Bart o Milouse, il suo vicino di casa Flanders, il marine che va in guerra, il disoccupato scrittore-attore-regista-creativo oppure il 30enne che gioca ai videogiochi. Tutte figure visive tristemente comuni nell’immaginario pop dell’uomo americano. Il maschio e’ ormai un cagnolino coccolato dalle donne, le quali devono rimboccarsi le maniche per riparare le aberrazioni di 5000 anni di dominio fallimentare dell’animale uomo. Michael Bay e’ come Andy Warhol, la sua cultura e’ pop e la vende attraverso i media pop del momento, mostrandoci anche altri lati di queste nuove forme di societa’. La donna sostituisce l’uomo. Ed e’ un bene. Siamo sicuri?

La non-donna. Dopo aver fatto la conoscenza della tipica ragazza contemporanea, indipendente e di successo, nel film compare la donna-capo dell’FBI. Essa rappresenta esplicitamente l’altra faccia di una medaglia con i soli volti di donna. Lei e’ una figura in eta’ avanzata (carriera avanzata, successi avanzati, soldi avanzati, amore avanzato – come si capira’ alla fine), la quale ha perso tutta la grazia e la sensuale femminilita’ di cui solo l’animale donna era provvista in passato.

Il non robot. Il robot e’ umano e lo spettatore se ne accorge provando continuamente empatia. Attraverso l’uso del Punto Di Vista del robot (per ben 10 inquadrature!) Michael Bay cita e spinge il Cinema sempre piu’ verso il nuovo media Videogame, guarda caso il media piu’ Pop di tutti.

Questioni d’Essere o non Essere shakespeariano quindi vengono esposte sin dalle prime inquadrature, come ad esempio quando la donna-capo si toglie le scarpe con i tacchi per indossare un paio di bruttissime ma confortevoli Nike, abbaiando agli assistenti (robots e non) come fossero appunto esseri privi di anima. E per tutta la durata del film, il cuore ed il cervello dell’uomo si confondono con quelli della donna e dei robots, in una sfida di strana collaborazione infantile, riallacciando, mescolando e rilanciando tutti gli equilibri e le sicurezze a cui la cultura americana si stava abituando, proprio come negli anni del movimento Pop Art americano di Andy Wharol.

Nyctor. July 2011

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